Confusione, apatia, cambiamenti di umore, disorientamento nello spazio e nel tempo sono solo le prime avvisaglie di un processo degenerativo che culmina con la compromissione delle fisiologiche funzioni mentali, noto più comunemente come sindrome di Alzheimer.

Tra le persone affette da demenza, quelle colpite da questa forma particolare rappresentano la percentuale più alta, circa il 50-70 % dei malati, in Italia circa 6oo mila persone con un’incidenza destinata a raddoppiare per il 2020, colpendo una persona su venti sopra i sessantacinque anni.
Gli studi più recenti hanno evidenziato una stretta correlazione tra l’Alzheimer e gli stessi fattori di rischio delle malattie cardiovascolari quali obesità, ipercolesterolemia o ipertensione. Il sesso maggiormente interessato risulta quello femminile e, in un numero ristretto di famiglie, questo particolare disturbo neurologico si presenta col carattere genetico dominante.

I sintomi iniziali possono essere così lievi da passare inosservati ma diventano sempre più evidenti col progredire della malattia interferendo in misura crescente con le attività quotidiane più banali come vestirsi o lavarsi, fino a determinare una totale inabilità alla vita autonoma del paziente.

Per la diagnosi è necessario un esame neuro radiologico come la Tac o una risonanza encefalica.
Purtroppo, attualmente, non esistono terapie curative, solo farmaci capaci di ritardare la progressione dei sintomi, per tale motivo è importante riuscire a intervenire il prima possibile con una diagnosi precoce. Quella dell’Alzheimer è un’emergenza sociale ed economica al punto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiesto a ogni singolo Paese di dotarsi di un Piano Nazionale Demenze con l’obiettivo di ridurre la diffusione delle demenze e il loro costo sociale, migliorando le cure e l’assistenza per i malati e sostenendo la ricerca scientifica.

L’Italia si è già dotata di un proprio piano dal 2014 ma la situazione risulta difficile a causa dell’ esiguità dei fondi. Una delle possibilità delle famiglie è quella di fare richiesta, in caso di invalidità totale del malato, dell’indennità di accompagnamento, ovvero un assegno mensile di 500 euro circa, a prescindere dal reddito. Esistono anche strutture specifiche come i centri diurni per i malati meno gravi o le RSA, Residenze Sanitarie Assistenziali, per i malati più gravi.